L’amaro insegnamento della Tintoria Zerbi diventi una lezione

Archiviate le accuse di inquinamento nell’Olona, nel frattempo l’azienda ha dovuto chiudere

La sfida per ridare dignità all’Olona passa inevitabilmente per una battaglia senza compromessi contro le principali cause di inquinamento. Industriale prima di tutto, ma non solo. Diversamente dall’opinione popolare più diffusa, è il mancato collettamento degli scarichi civili a riversare nel fiume la maggiore quantità di acque reflue.

Questo non significa certamente allentare il controllo sulle industrie, al contrario. La questione va però affrontata in modo ragionato, senza trasformarla in caccia alle streghe e senza ricerca di capri espiatori.

Gli esempi in tal senso non mancano. Il più conosciuto, grazie alla frenesia e volte iserica dei social network, un presunto scarico abusivo a Solbiate Olona, in bella vista sulla pista ciclopedonale, praticamente impossibile da non vedere. Proprio per questo, vederlo rilanciato sulla prima pagina di un quotidiano locale non aveva certo contribuito alla causa. Né dell’Olona, né tanto meno della martoriata categoria dei giornalisti. Ammesso potesse definirsi tale l’autore di tanta superficialità. Perché in realtà si tratta di uno dei rari scarichi industriali in uscita da un depuratore privato.

Molto peggio è andata poco più a nord, alla Tintoria Zerbi di Lonate Ceppino. Nel 2013 l’azienda si ritrovò infatti nell’occhio del ciclone di accertamenti che ne imposero per alcuni mesi il fermo delle attività. Con buona probabilità, un colpo decisivo per la chiusura avvenuta qualche tempo dopo, con relative ricadute sull’occupazione locale.

Oggi però, c’è una importante novità al riguardo. Una lezione importante per tutti coloro veramente interessati al destino dell’Olona e non solo a giudicare. La vicenda è infatti stata definitivamente archiviata a livello di procedura penale, come già richiesto due anni fa dal Pubblico Ministero per mancanza di prove e per il “dato raccolto ambiguo e tale da non poter superare senza margine di dubbio il dibattimento”. Anche se non un’assoluzione totale, fino a prova contraria vale la presunzione di innocenza.

Legittima difesa

Spazio quindi alle legittime considerazioni del caso da parte di Davide Cova, ex titolare della Tintoria Zerbi.

Non eravamo noi a inquinare l’Olona e ora gli atti giudiziari lo confermano in maniera definitiva. Dopo i rilevamenti del 2013, venne formulata l’ipotesi che fosse la nostra azienda causa di alcuni valori delle acque fuori dai limiti, nonché delle schiume visibili a occhio nudo. Una teoria a cui ci siamo da subito opposta.

Abbiamo sempre contestato il punto dove venne prelevato il campione di acqua (alla bocca di scarico situata ben al di sotto del livello del fiume Olona e non al pozzetto ispettivo come prescritto per legge) e abbiamo sempre fatto notare come anche dopo la chiusura per tre mesi dell’attività, imposta a seguito di quei controlli, le schiume non fossero scomparse.

Venne comunque aperta un’inchiesta e io ricevetti un avviso di garanzia. Ciò fece di me un indagato, ma mai un imputato, come scrissero invece alcuni organi di stampa locale. E tantomeno un colpevole.

Come spesso accade, s fianco alla vicenda giudiziaria si aprì anche una campagna stampa non proprio lusinghiera per la Tintoria Zerbi. Ora, è il momento di riscattare la nostra immagine e i valori con i quali abbiamo sempre lavorato. A differenza di quanto scrissero alcuni giornali, in qualità di amministratore della Tintoria Zerbi, non mi è mai stato rinviato a giudizio. Anzi, dopo la chiusura delle indagini, la presentazione di una memoria difensiva e l’interrogatorio alla Procura della Repubblica di Varese, il Pubblico Ministero chiese al Giudice per le Indagini Preliminari l’archiviazione.

Era il 20 giugno del 2016. Nel documento di richiesta di archiviazione c’è un passaggio molto chiaro che ne attesta le motivazioni: “La parte (ossia i rappresentanti della Tintoria Zerbi indagati: Davide Cova e il suo consulente ambientale) ha dimostrato come la presenza di schiume nel fiume Olona sia notoria e non vi sia comunque prova che tale accadimento sia causalmente riconducibile alla propria attività, anche in relazione alla questione di cui al capo a) connessa alla attribuibilità certa dello scarico alla predetta società”.

 Nel documento presentato dal Pm al Gip, con riferimento al prelievo del campione delle acque, si legge anche “il dato raccolto è ambiguo”. Così come viene anche smontata la contestazione della presenza del rame negli scarichi della Zerbi.

Nel rileggere le parole messe nero su bianco dal Procuratore c’è la conferma di una battaglia durata anni. Ma anche tanta amarezza. Avevamo da poco investito nel nostro impianto di depurazione circa due milioni di euro. A cui bisogna aggiungere gli 1,7 milioni di costi negli ultimi cinque anni di gestione. La nostra acqua presentava valori comunque non tali da giustificare una chiusura aziendale.

Ai tempi, una verità che pochi vollero ascoltare. Ora però lo stesso Gip in data 26 giugno 2018 ha predisposto l’archiviazione. Per prescrizione, è vero, ma richiamando esplicitamente il documento del Pubblico Ministero che ne chiese la restituzione dei documenti e la chiusura del procedimento senza rinvio a giudizio già due anni prima.

La nostra sensibilità ambientale è dimostrata da 35 anni di attività depurativa, sempre sotto stretta osservazione e sempre sottoposta a diversi controlli durante l’anno. Prima dei fatti contestati, non avevamo mai avuto scarichi oltre i limiti tabellari, mai alcuna questione. Quando il depuratore aveva dei problemi, venivano risolti tempestivamente, compatibilmente con i tempi tecnici necessari.

Il vero problema però, è che oggi la Tintoria Zerbi non esiste più. È in procedura concorsuale. La chiusura forzata di circa tre mesi dopo l’accertamento inevitabilmente creò i presupposti di quanto poi sarebbe tragicamente successo. Tre mesi di stop vollero dire sostenere, solo tra paghe e contributi, costi per 1,6 milioni di euro, senza poter produrre e dunque vendere e incassare.

A casa rimasero così 81 dipendenti. Eppure  il sistema bancario aveva dimostrato di credere nelle nostre potenzialità con un finanziamento, concesso solo pochi mesi prima dei fatti, nell’ambito di un’operazione di ristrutturazione del debito, in un periodo di pieno “credit crunch” e nonostante la crisi del settore tessile. Avremmo potuto farcela, avevamo buone prospettive di miglioramento.

Ancora nel 2016 ci accusarono con lettere anonime di sversare liquami nell’Olona, quando in realtà l’azienda era già in procedura concorsuale e chiusa da tempo.

Oggi posso solo chiedere di riabilitare il nome della Tintoria Zerbi per 80 anni fonte di lavoro a centinaia di persone e contribuendo alla costruzione di un benessere diffuso sul territorio. Perché quello che è capitato a me, alla mia azienda e ai miei collaboratori non accada più.

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